Le lacrime di Nietzsche
Stralci di una conversazione a casa di amici: “Non hai letto questo libro? Devi leggerlo, a me è piaciuto moltissimo…”
È uno scambio che avviene spesso, mi piacciono i consigli di lettura degli amici.
Così seguo l’indicazione e procedo all’acquisto.
Ho deciso di mettere alla prova un mio pregiudizio, poiché non amo i romanzi che si sviluppano intorno alla relazione terapeutica.
Così entro.
Dapprima entro in quel caffè dove il dottor Breuer, colui che a tutti gli effetti è uno dei padri della psiconalisi attraverso i suoi studi sull’isteria, aspetta una certa Lou Salomè.
Nel romanzo questa donna, anticonvenzionale, carismatica e volitiva rappresenta il tramite tra Il dottor Breuer e il Professor Nietzsche.
Tutto deve ancora divenire, in questa storia che si sviluppa nella Vienna di fine secolo.
Breuer si è da poco cimentato, in via sperimentale, con la “terapia della parola” con una sua paziente isterica.
Nietzsche non è ancora il potente filosofo che farà tremate l’intelletto di intere generazioni.
Il concetto di inconscio ancora non è che un’intuizione nelle conversazioni che un giovane dottor Freud intrattiene con il suo mentore Breuer.
Vorrei dire che questo è un libro che parla di nascite.
Ad un primo livello, quella della psicoanalisi e del concetto di inconscio.
Pagina dopo pagina si assiste al divenire di questa enorme rivoluzione culturale, che cambierà per sempre, irreversibilmente, il modo in cui l’umanità concepisce se stessa. La ricerca del significato profondo, quello che va oltre il comportamento e le parole e porta alla luce un movimento di profonda verità .
Nella connessione tra filosofia e medicina, ecco crearsi lo spazio perché la “terra di nessuno” dei significati della mente abbia un nome, la psico-analisi.
Il dialogo tra psicologia e filosofia, qui reso con escamotage letterario come incontro reale (mai avvenuto) tra Breuer e Nietzsche è l’occasione per osservare le connessioni nascenti tra due discipline, tra due orizzonti di significanti che tanto devono l’uno all’altro.
Ancora, le osservazioni che i protagonisti riportano sull’evoluzione della loro relazione ci permette di cogliere il delicato gioco di intrecci di transfert e contro-transfert, le progressive acquisizioni di tecniche per accedere ai contenuti profondi della mente inconscia.
In questo senso il romanzo è un’affascinante immersione nella storia e nel metodo della psicoterapia.
Non è questo il piano che mi ha conquistata, benché utilissimo sul piano didattico.
Il romanzo racconta con maestria un tema universale, quello dell’incontro.
Attraverso la relazione con Nietzsche, Breuer si abbandona ad un progressivo svelamento di sé, senza timore di giudizio. Le ferree regole di una relazione senza compiacenza e finalizzata non solo alla liberazione della sofferenza, bensì all’accesso ad più alto livello di realizzazione consapevole lo portano ad affidarsi ad un flusso di consapevolezza sempre più lucido e foriero di nuovi insights.
Un viaggio nella sofferenza più profonda, nel timore della disgregazione per approdare a nuova vita.
Mentre ciò accade, non solo Breuer “guarisce”: lo stesso Nietzsche si trasforma nella trasformazione di Breuer.
L’incontro che cura è il profondo incontro umano, quello dove la paura della morte (che è la maschera della paura della vita) è vinta dal ri-conoscimento della possibilità trasformativa della vita.
È lo spazio-tempo dove ognuno è presente a sé e completamente, oltre ogni strategia, all’incontro con l’altro.
Scelgo questa foto di Loù Salomè con l’augurio che ognuno di noi possa mettere anche le proprie parti “nevrotiche” al servizio di incontri di liberazione.
di Cristina Busi

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