L’arte di correre

L’arte di correre


Da ragazzina mi piaceva tantissimo l’atletica. Mi piaceva correre e in particolare mi divertiva la corsa ad ostacoli. Correre mi dava un senso di libertà. E di forza, di potenza.
Erano gli anni delle grandi vittorie di Pietro Mennea, e anche di Sara Simeoni: un’altra disciplina, il salto in alto, ma quelle sue falcate nella rincorsa prima del salto mi hanno sempre fatto emozionare.

Avrei voluto provarci. Nei sogni ad occhi aperti naturalmente già mi vedevo trionfante alle olimpiadi; tenendo i piedi per terra, ci avrei voluto provare per sentire nel corpo almeno un po’ di quella potenza che vedevo nei grandi atleti in televisione.

Stupidamente ho creduto alle parole della prof di ginnastica a scuola, che mi diceva che ormai ero vecchia per l’atletica, non ne valeva la pena.

Come se a tredici anni si potesse essere vecchi per qualcosa. Come se l’atletica, e lo sport in generale, si dovesse fare solo per competizione, e naturalmente per vincere la competizione. Come se si potessero seguire i sogni, e le passioni, solo se hai già la certezza del risultato, della vittoria.

Allora le ho creduto.

Lì ho conosciuto la rinuncia. E per un po’ l’ho sperimentata, replicata anche in altre circostanze della mia vita. Perché quell’imprinting del “non ne vale la pena” per un po’ mi ha lavorato dentro, complici anche le stranezze dell’adolescenza.

E così per anni mi è capitato di commuovermi, nel senso proprio di piangere, ogni volta che mi imbattevo in qualche campionato di atletica.

Per fortuna poi si cresce, altre esperienze vanno a ricucire i vecchi strappi, nuovi imprinting danno vita a nuovi processi, a nuovi modi di vedere e fare le cose.

Un primo incontro illuminante è stato quello con un maestro di yoga: aveva 65 anni e insegnava yoga… e fino a dieci anni prima non l’aveva mai praticata!

Un altro percorso importante è stato il counseling e tutto quello che negli anni ho fatto per reimparare ad ascoltare i miei bisogni, a seguire le mie passioni, a darmi il permesso di fare quello che mi dà gioia ed evitare quello che non mi piace.

E infine un libro che racconta questa mia storia con altre parole: “L’arte di correre” di Haruki Murakami, scrittore e corridore.

In una sorta di saggio autobiografico Murakami racconta di quando, avendo deciso di chiudere il bar che gestiva da anni per dedicarsi esclusivamente alla scrittura – lavoro estremamente sedentario –, aveva dovuto introdurre altri due grandi cambiamenti nella sua vita: smettere di fumare 3 pacchetti di sigarette al giorno e iniziare a correre per contrastare la sua tendenza alla pinguedine.

Correre per lui diventa una strategia di sopravvivenza alle fatiche dello scrivere e, contemporaneamente, un’arte di cui sonderà tutti i segreti, affrontando diverse maratone, gare di triathlon e anche un’ultramaratona (i 100 km!).

Ma, parlando della corsa e della scrittura, “L’arte di correre” è anche una profonda riflessione sul talento, sulla passione, sulla volontà e la determinazione, sul saper raggiungere gli obiettivi, sul riconoscere i propri bisogni.

Oggi, come allora, mi piace correre; oggi, a differenza di allora, corro quasi tutti i giorni e mi diverto. Soprattutto mi godo quel senso di libertà, di forza e di potenza che mi attirava da ragazzina. E penso che ci sia solo una cosa per la quale, a un certo punto, davvero si è troppo vecchi: essere un enfant prodige! Per tutto il resto, si è sempre ancora in tempo.

L’ARTE DI CORRERE, di Haruki Murakami (Ed. Einaudi)
È segnalato in ArKani Segnali perché: non si è mai troppo vecchi per ricordare le proprie passioni e imparare a seguirle.

È segnalato per: Tutti e tutte; per Counselor;

Ho scelto questa mia immagine perché: Nuvole danzanti. Nel cielo terso due strisce di nuvole disegnano una specie di cuore aperto. Leggerezza, aria fresca, libertà. Mi si apre il cuore, quando corro.
Danza di nuvole

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