La grammatica dei conflitti

La grammatica dei conflitti


Gli amici spesso mi dicono che non mi faccio mai gli affari miei.
Non è esattamente così, anche se un po’ di verità c’è.
L’ultima occasione per farmelo dire è successa pochi giorni fa.

Stavo andando in giro in bicicletta, di sera a Milano, in una via abbastanza movimentata, quando all’improvviso ho sentito delle urla alle mie spalle.
Ho superato l’incrocio che stavo attraversando e mi sono fermata per girarmi a guardare cosa stava succedendo.

Ferme al semaforo due macchine, una in coda all’altra; la macchina davanti con lo sportello del guidatore aperto, la macchina dietro “assalita” dal guidatore della prima, urlante, finché anche dalla seconda è uscito il guidatore, ugualmente urlante.
Due uomini alti, vigorosi, che si fronteggiano urlando, spingendosi.

Pochi attimi che sembrano minuti e scende da una delle due macchine una passeggera, che cerca di distogliere il compagno dal duello, inutilmente.
Altri pochi attimi, che a questo punto sembrano ore, perché tutto è immobile: altre macchine sono sopraggiunte al semaforo, che nel frattempo è ridiventato verde, eppure nessuno si muove, nessuno suona il clacson, nessun altro scende dalla propria macchina.

Tutto sembra congelato, salvo per i due uomini che continuano a urlare, in una escalation di improperi e minacce, e per la donna che cerca di separarli.
A rivederli adesso, con gli occhi della memoria a distanza di qualche giorno, direi che sembravano come le statuine di un carillon, la ripetizione continua di una serie limitata di gesti, di fatto immobili benché in movimento.
Davvero pochi secondi, sufficienti per pensare “qui finisce a schifìo”, perché è così che succede: un attimo prima ci sarebbero tante vie d’uscita, a saperle vedere, e un attimo dopo è successo l’irreparabile.

Non so come mi sia venuto in mente, non è che l’ho calcolato più di tanto, fatto sta che, dall’altra parte dell’incrocio, da una decina di metri di distanza, ho iniziato a urlare anch’io.
Mi è venuta fuori una voce potente, forte e profonda: “ebbasta, tornate in macchina… ebbasta, tornate in macchina”. Una specie di cantilena, l’avrò urlato una decina di volte. Un mantra roboante, perché ogni volta la voce mi usciva più forte.

La cosa pazzesca è che a un certo punto la donna si è girata dalla mia parte, mi ha cercato con lo sguardo: deve avermi sentita, immagino cercasse di capire cosa stesse succedendo; guardando la sua espressione ho pensato che provasse stupore, del tipo “e questa adesso che vuole?!?”.
La cosa ancora più pazzesca è che nel giro di pochi secondi tutto si è sgonfiato: da alcune macchine in coda sono scese delle persone, forse qualcuno ha detto qualcosa che ha sciolto la tensione, altre macchine sono ripartite, il compagno della donna ha abbassato le spalle e ha quasi sorriso, l’altro ha fatto un passo indietro, la donna ha fatto un passo avanti, riuscendo così a frapporsi tra i due. Una specie di danza, un lento rituale di allontanamento.

Ancora qualche attimo ed erano tutti e tre risaliti sulle rispettive auto e ripartiti per la propria strada.
Per questa volta, almeno, l’irreparabile era stato evitato.

Non so dire cosa sia successo. Forse il mio urlare e lo scambio imprevisto di sguardi tra me e la donna hanno ampliato il campo, cambiato la struttura del palcoscenico, consentendo quindi di modificare la sceneggiatura di quella scena drammatica.
Forse si è semplicemente creato quel diversivo che ha reso possibile ai protagonisti di guardarsi dal di fuori, assumendo un altro punto di vista.

Di fatto mi è venuta voglia di recensire un libro che amo molto: “La grammatica dei conflitti. L’arte maieutica di trasformare le contrarietà in risorse” di Daniele Novara.

L’aspetto per me più illuminante è la distinzione netta tra violenza e conflitto, dove per violenza si intendono quelle situazioni in cui per risolvere il problema si elimina chi porta il problema stesso, attraverso un danneggiamento intenzionale  – fisico o psicologico – dell’avversario e con conseguente eliminazione di ogni possibilità di relazione. Molto simile all’episodio cui ho assistito: al di là di quale fosse il motivo della controversia, la soluzione era cercata nella sopraffazione, uno vince e l’atro perde, soccombe.

Viceversa per conflitto si intendono quelle situazioni di contrasto, anche acceso, che eventualmente possono anche produrre dei danni – reversibili, rimediabili – in cui permane, nonostante le difficoltà,  l’intenzione di affrontare il problema e mantenere la relazione.

Da questa distinzione discende quindi anche un approccio diverso di intendere il conflitto tout court: non più qualcosa di sgradevole, da evitare come la peste, bensì un’occasione per chiarire le rispettive posizioni, un’opportunità per sviluppare le proprie relazioni.

Addirittura il conflitto inteso come strumento di conoscenza e di apprendimento, di sé e dell’altro. Sì, perché i contrasti, le controversie, le divergenze molto spesso sono molto di più dello stretto “oggetto del contendere”: ci sono bisogni inespressi, di cui a volte si è addirittura inconsapevoli, ci sono aspetti emotivi a volte difficili da riconoscere o da contattare con agio, ci sono “tasti dolenti” che se schiacciati ci trasportano dal qui-e-ora della discussione ad un là-e-allora molto sofferto, che riemerge e ci travolge.

L’immagine metaforica è quella dell’iceberg: la parte visibile ed esplicita di un conflitto spesso è molto più piccola della sua parte sommersa e inespressa.

Imparare ad affrontare i conflitti vuol dire allora imparare a conoscerli, a esplorarli, a interrogarli, ad attraversarli con curiosità e senso di avventura.

La grammatica dei conflitti è un manuale agile che illustra gli elementi che compongono i conflitti, per poterli riconoscere, maneggiare, usare per imparare e crescere. Aiuta ad interrogarsi sul proprio modo di affrontare (o evitare) le controversie, sui propri vissuti emotivi che maggiormente vengono sollecitati nelle occasioni di contrasto. Grazie all’approccio maieutico, è un libro che invita a porsi delle domande in vista di una maggiore consapevolezza.

La grammatica dei conflitti. L’arte maieutica di trasformare le contrarietà in risorse, di Daniele Novara, edizioni Sonda.

È segnalato in ArKani Segnali perché: è uno strumento di consapevolezza, quella consapevolezza che aiuta a vedere le diverse alternative, le vie di uscita da quelli che potrebbero sembrare vicoli ciechi.

È segnalato per: tutti/e; per counselor

Ho scelto questa mia foto perché: bosco intricato o semplici fili d’erba? a volte può essere una questione di punti di vista…

Bosco o erba?

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