Generazione APP
Ho acquistato questo libro incuriosita dal sottotitolo, perché spesso mi capita di osservare o di chiedermi quanto le nuove generazioni, e in particolare i miei studenti, siano diversi rispetto a me e, più in generale, rispetto alle generazioni precedenti.
Spesso mi chiedo anche quale ruolo abbia giocato la tecnologia che li accompagna fin da piccoli, posto che sia possibile rispondere a questa domanda senza includere tutti gli altri fattori, come quelli sociali, culturali, storici, ambientali…etc.
In effetti non so darmi risposte perché i fattori sono intrecciati tra loro, mi limito a osservare, con un po’ meno di quello stupore, misto a un certo disappunto, che provavo nei primi anni di insegnamento.
Ora non mi stupisco più quando vedo ragazzi di 15 anni che non sanno tenere in mano una scopa, ragazzi di 12 che non sanno tagliare una mela a metà o che non riescono a travasare del liquido da un contenitore a un altro.
Non mi stupisco, anche se continuo a pensare che sia un peccato, perché imputo queste mancate capacità alla mancanza di esperienze di gioco manuale, di gioco libero e non strutturate, che potrebbero essere prima di tutto fonte di piacere in sé, oltre che occasioni di apprendimento.
Questi sono solo esempi, e non intendono mettere un’etichetta, la complessità è ben più profonda, per parlare di una generazione che, rispetto alla mia, ha passato meno tempo in cortile o per strada a scorrazzare in bici o a inventarsi e a costruirsi i giochi con le proprie mani.
Mentre faccio questi pensieri mi accorgo che in realtà so poco delle loro vite fuori dalla scuola, di come sono cresciuti, di quali altre esperienze hanno vissuto, in poche parole, non so cosa significhi essere un individuo appartenente alla generazione app.
Inoltre, non imputo tutte le differenze, come anche le diverse competenze, alla presenza sempre crescente della tecnologia.
Ci sono moltissimi fattori che influiscono, compresi i gusti e gli interessi personali.
Ho preso esempi di manualità non a caso, perché mi piace fare una didattica di tipo laboratoriale che parte dall’esperienza.
Quindi nelle mie lezioni di fisica è frequente vedere gruppi di studenti che tagliano, incollano, costruiscono con le mani.
Al tempo stesso, nella preparazione e durante le nostre lezioni facciamo ampio uso delle tecnologie digitali.
Diversi mezzi e strategie didattiche possono aggiungersi, affiancarsi, alternarsi e integrarsi.
La tecnologia digitale al servizio della didattica a mio avviso non ci toglie niente, anzi, offre un grande supporto e delle possibilità in più.
Lo dico basandomi sulle esperienze che ho vissuto finora e sulle possibilità che intravedo per il futuro.
A proposito di possibilità, trovo molto interessante che le recenti ondate di digitalizzazione che stanno ancora arrivando nella scuola italiana siano accompagnate da aperture a nuovi possibili modi di insegnare, a forme di didattica innovativa, a domande sulla modalità di fare le programmazioni, che per troppo tempo non sono state messe in discussione all’interno dei luoghi deputati al confronto tra insegnanti.
In un periodo in cui queste questioni mi impegnano e mi sollecitano particolarmente, mi sono imbattuta nel libro di Gardner e Davis, che ha il pregio di essere l’esito di una imponente ricerca, che mi ha colpita per la mole di dati e di osservazioni raccolte.
La ricerca riguarda l’utilizzo che i giovani fanno dei social media, della rete, delle applicazioni e le conseguenze delle loro modalità di utilizzo, ovvero, la relazione che c’è tra essere nativi digitali e identità, relazioni sociali, modalità di pensiero, creatività e immaginazione.
La tecnologia non è neutra perché cambia effettivamente e anche radicalmente la nostra società. Ma è anche vero che è la modalità di utilizzo della tecnologia che produce degli effetti piuttosto che altri.
La preoccupazione maggiore degli autori e risultato della ricerca è che le nuove generazioni sembrano andare più verso una modalità non solo di utilizzo ma anche di esistenza app-passiva piuttosto che app-attiva. Cosa significa tutto ciò è spiegato con profondità e in numerosi esempi per cui vale secondo me la pena leggere questo libro.
La ricerca non fornisce risposte a grandi questioni di fondo, quali il contributo che la rete e queste tecnologie possono portare in termini di democrazia e di maggiore eguaglianza tra i cittadini, ma fornisce abbondante materiale per riflettere sulle modalità con cui si creano le condizioni per una maggiore o minore partecipazione.
Sulle modalità di uso delle tecnologie digitali, penso che come insegnanti possiamo dare un contributo importante, sia in senso positivo che negativo, aiutando o non aiutando gli studenti ad ampliare la loro consapevolezza sulle possibilità della tecnologia che utilizzano, a rifletterci, a metterci mano, per esempio anche inventando e creando delle applicazioni. Se sapremo fare un uso attivo e creativo della tecnologia, avremo forse la possibilità di stimolare la curiosità e lo stesso tipo di interesse anche nei nostri studenti.
Una riflessione ulteriore che mi è venuta durante la lettura viene dal fatto che essere attivi o passivi è una disposizione d’animo.
Per questo motivo, ritengo che, ancor prima di essere insegnanti esperti di tecnologia digitale, sia importante interrogarci, informarci e riflettere sulle modalità di apprendimento, sul senso delle nostre programmazioni disciplinari, sulle modalità di valutazione, sulle strategie didattiche, etc. insomma attivarci maggiormente rispetto a domande per le quali quando siamo entrati nella scuola come insegnanti abbiamo trovato le risposte tramandate dalle generazioni precedenti.
Non voglio generalizzare, ci sono moltissimi insegnanti che già fanno questo e hanno messo in discussione approcci, strategie e metodi, da tempo.
Eppure la scuola a me sembra un organismo che si autoriproduce negli anni rimanendo molto uguale a se stesso, cambiando i nomi alle cose ma evolvendo davvero poco nella sostanza. Porto un esempio che conosco e mi riguarda da vicino. La matematica al liceo viene insegnata utilizzando ancora la stessa programmazione e le stesse modalità di quando io ero studente.
Se funzionasse, non avrei obiezioni, ma non è così. E non parlo di realtà isolate, di alcuni colleghi che preferiscono i metodi tradizionali, mi riferisco a un campione statistico significativo.
Questa modalità di insegnamento ha creato degli studenti che di fronte a un problema, invece di analizzarlo e affrontarlo cercando le proprie strade, cercano nel proprio data base di “già visto” “la formula” risolutrice preconfezionata. Gli autori di generazione APP direbbero che si comportano secondo una modalità app-passiva, cercando l’applicazione che risolva il problema al posto loro.
Le applicazioni sono, come le formule, meravigliose opere dell’ingegno umano, che semplificano, velocizzano o rendono possibili numerose operazioni che compiamo ogni giorno. Eppure, c’è un pericolo nell’affidarci completamente a loro, che è quello di perdere la nostra capacità di far fronte a certe tipologie di problemi e, soprattutto, la tendenza a pensare che per qualunque problema che ci capita nella vita esista una app-apposita scritta da qualcun altro per noi.
Da un po’ si parla di didattica innovativa a scuola e non so se è una coincidenza, ma ho osservato che tutto questo discorso è arrivato insieme alla digitalizzazione crescente delle nostre scuole.
Per me didattica innovativa e didattica digitale possono avanzare insieme ma non sono la stessa cosa. Può esserci didattica innovativa senza tecnologie digitali e viceversa.
Ben venga la digitalizzazione se ci aiuta a cambiare schemi e approcci didattici e ben venga ancor di più la nostra riflessione e il confronto su questi temi, altrimenti rischiamo di passare da vecchie abitudini a nuove abitudini e schemi in modo uniformato e passivo, oppure di continuare con i vecchi schemi, trasmessi attraverso una nuova tecnologia.
Il tema della didattica non è affrontato direttamente nel libro; queste riflessioni sono nate in me per il tipo di domande che mi pongo nel mio lavoro, mi chiedo se riflessioni simili nascerebbero anche in altri insegnanti.
In ogni caso, penso che questa lettura potrebbe interessare chiunque si ponga delle domande sulla relazione tra società e tecnologia digitale, ho trovato anche molto interessante farmi un’idea di come può essere indagata una relazione così complessa.
In quanto a capire la testa dei giovani…c’è molto materiale utile ma il sottotitolo è un po’ troppo pretenzioso, per fortuna!
GENERAZIONE APP – La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale, di Howard Gardner e Katie Davis, Ed. Feltrinelli.
È segnalato in Arkani Segnali perché: presenta i risultati di una ricerca imponente, e già solo per questo merita.
È segnalato per: tutti/e.
Ho scelto questa mia foto perché: è una foto scattata da mio nipote di quattro anni con il mio cellulare, lasciato incustodito sul tavolo mentre giocavo a pallone con gli altri nipoti. Quando l’ho vista mi ha fatto ridere un sacco.

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