Arrival
Sono sempre stata attratta da tutto ciò che riguarda la vita extra-terrestre e ho deciso di vedere questo film sulla fiducia di un consiglio, nonostante il trailer non mi avesse colpita particolarmente.
Il soggetto: delle navi extra-terrestri sono entrate nell’atmosfera terrestre in diversi punti del nostro pianeta e stazionano sospese in aria. Per quasi tutta la durata del film non sono chiare le loro intenzioni e soprattutto il motivo per cui hanno deciso di venire sul nostro pianeta: militari e governanti di tutto il mondo si mobilitano per affrontare la situazione, con l’aiuto di studiosi e scienziati. La trama si sviluppa sulla complessità del contatto tra gli e.t. e l’umanità, variamente rappresentata.
Il primo grado di complessità dipende dal fatto che ogni astronave interagisce con un diverso governo politico, quello relativo al territorio in cui si trova; tra i vari governi si attivano dei collegamenti informativi ma la situazione passa velocemente dalla complessità guidata attraverso la cooperazione e la condivisione dei passi avanti, al caos causato da una sorta di egoismo protezionistico, in cui ogni governo porta avanti una propria linea di condotta nel relazionarsi con gli e.t.
La principale protagonista del film è un’antropologa e studiosa di linguaggio, ingaggiata dai militari per cercare di stabilire una comunicazione, visto che stabilire questo contatto pone innanzitutto un problema di linguaggio. Il suo mandato è capire come mai sono venuti sul nostro pianeta.
Questo tema apre alla prima riflessione profonda in cui questo film ci permette di entrare: la complessità della comunicazione nell’incontro con l’altro.
Anche noi quando entriamo in relazione con qualcuno per la prima volta ci poniamo la domanda: “quali sono le intenzioni della persona che mi trovo di fronte?”
Di solito, tra umani, abbiamo degli strumenti per rispondere a questa domanda: leggiamo il linguaggio non verbale e lo interpretiamo basandoci sul nostro bagaglio di esperienza pregressa.
Decodifichiamo dei segnali, correttamente o meno, e in più, solitamente, abbiamo anche la possibilità di comunicare tramite un linguaggio verbale condiviso.
Cosa accade quando sembra non esserci niente di tutto questo bagaglio comune? Da dove si parte quando si ha di fronte qualcuno di così tanto diverso come degli e.t.?
Personalmente sono stata totalmente rapita dai tentativi fatti dalla protagonista nell’interazione con gli e.t. alla ricerca di un contatto e di una comprensione reciproca.
Ho trovato molto affascinate il percorso che ha come base di partenza il dato di fatto della diversità e va in cerca di punti in comune facendo uso dell’analisi logica del linguaggio.
Ma la cosa che più mi ha emozionata è stata un’altra. Mentre il mondo fuori perdeva ogni riferimento e rischiava di impazzire in mezzo a un flusso di informazioni nate dalla paura dell’invasione extra-terrestre, due persone, due studiosi, si prendevano lo spazio e il tempo per stare nell’ascolto e trovare un contatto autentico con questi alieni.
In quel momento, in quelle scene, le follie e le paure del mondo stavano fuori.
Quello che vedevo erano delle creature impegnate nell’ascolto e nella ricerca di un contatto, di un segnale condiviso in uno spazio e un tempo alimentati dalla curiosità e dalla voglia di andare verso l’altro da sé. Uno spazio dove la paura del diverso non c’è già più perché la si è superata nel passo precedente.
Si è fatto un salto in un’altra dimensione da quella ordinaria, dove la paura ha una funzione utile perché ci avvisa quando è meglio interrompere il contatto o non stabilirlo affatto.
Per me questo film parla di quello che può donarci la vita non quando abbandoniamo le nostre paure ma quando decidiamo di superarle perché intuiamo che oltre noi c’è qualcosa di più grande, un potenziale di cui facciamo già parte e che richiede la nostra partecipazione per diventare realtà.
Come fa la protagonista che sceglie coscientemente di andare verso un destino che può sembrare crudele ma che le permetterà di fare l’esperienza dell’amore.
ARRIVAL, film diretto da Denis Villeneuve, 2016.
È segnalato in ArKani segnali perché: per me è una riflessione profonda sulla responsabilità individuale e su cosa significa dire di si alla vita
È segnalato per: tutte/i!
Ho scelto questa mia foto perché: quando ho visto il film gli alieni avevano un aspetto famigliare. Poi mi sono ricordata..la creatura di didò fatta da mio nipote due mesi fa. Avanti e indietro nello spazio-tempo!

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