Bambini e scuola: il futuro dimenticato?

Bambini e scuola: il futuro dimenticato?


Come stanno vivendo questo periodo di clausura i bambini e i giovani nel nostro paese? Una domanda che mi pongo spesso, pensando ai miei studenti del liceo, ai miei nipoti e in generale pensando a tutti i bambini. Perciò ho ascoltato con molto interesse la puntata di “Matrix è dentro di noi” dedicata ai bambini in questo periodo di corona-virus e alla scuola. 

È la terza puntanta della rubrica video di “Italia che cambia” curata da Daniel Tarozzi che dialoga con pensatori e attori del cambiamento mettendo a confronto la nostra percezione della realtà con quello che può esserci oltre gli schemi e gli stereotipi a cui siamo abituati.

Daniel Tarozzi intervista Danilo Casertano, educatore e formatore con una lunga esperienza nel lavoro di ricerca e di confronto con diverse realtà educative anche al di fuori dell’Italia. Casertano parte dalla domanda “come stanno i bambini” dicendo che “non è vero che siamo tutti nella stessa barca; siamo nella stessa tempesta dove c’è chi ha lo yacht e chi nemmeno una ciambella di salvataggio”.

E da qui inizia a parlare di scuola facendo un’analisi del sistema scolastico italiano con uno sguardo ancora più ampio su come la nostra società si rapporta ai bambini.

La constatazione di fondo è che il nostro è un sistema che non si fida delle persone. 

Questa visione dell’essere umano, secondo Casertano, e anche secondo me, ha portato al fallimento di questo sistema educativo. Mette il bambino, lo studente, nella condizione di essere quello che non vuole fare niente, un pigro, che va stimolato, controllato. E la stessa cosa vale per gli insegnanti.  

Il sistema premia solo un certo tipo di comportamento: chi si omologa, chi esegue gli ordini e si attiene a delle regole impartite dall’alto. Gli insegnanti sono controllori controllati a loro volta, in una rigida e ben strutturata gerarchia.

Come insegnante, io soffro in questo tipo di sistema; negli anni ho sviluppato metodi e anticorpi per riuscire a conviverci ma questa soluzione non mi basta più e sono felice di sapere dalle parole di Casertano che ci sono tanti insegnanti che stanno riflettendo sui limiti di questo sistema anche nella scuola pubblica.

Purtroppo nella mia esperienza lavorativa non ho incrociato molti altri insegnanti con la stessa visione, o forse, non ho incrociato la possibilità di parlare davvero della nostra idea di scuola.

Ci troviamo spesso impegnati a risolvere problemi ed emergenze create proprio da questo tipo di sistema, faticando per mettere toppe, per rispondere a richieste pressanti di efficienza, di omologazione, per fare meglio e di più. In mezzo a tutte queste richieste la possibilità di mettere in discussione il sistema stesso non trova spazio. Io non lavoro con i bambini ma con i ragazzi più grandi e vedo quali sono gli effetti su di loro.

In molti la preoccupazione per il voto ha superato la voglia di conoscenza; per altri la scuola è diventata noiosa, pesante, ha perso la sua attrattiva.

Un sistema che produce questi effetti è a mio avviso fallimentare. Perché io concordo con Casertano e credo che noi siamo esseri curiosi, affamati di conoscenza; la scuola non dovrebbe fare altro che far leva su questa nostra caratteristica invece di spegnerla.

E lo stesso vale per gli insegnanti: io sono tra quelli che vogliono più libertà e più responsabilità e sono convinta che siamo in tanti a volerlo.

Questo periodo di lockdown è stato, lavorativamente parlando, il più libero e creativo che ho vissuto da quando insegno nella scuola superiore. E questo aspetto è stato molto bello per me, pur con tutti i limiti e le difficoltà della didattica a distanza.

Ho avuto questa libertà perché abbiamo potuto sperimentare e soprattutto, perché abbiamo ridotto i programmi. Così ho potuto personalizzare maggiormente le lezioni, seguire maggiormente le mie intuizioni e alcuni bisogni degli studenti. La didattica a distanza mi ha riservato delle piacevoli sorprese, è stato un cambiamento fecondo da molti punti di vista. Non sostituisce quella in presenza, è una didattica diversa, che può integrarsi con altre tipologie di didattica. Voglio anche dire che ho potuto lavorare in relativa serenità solo perché l’utenza della mia scuola è prevalentemente benestante e non abbiamo avuto particolari problemi a lavorare in questa modalità; si tratta di una condizione privilegiata e so che la dad ha invece evidenziato molte differenze economiche e sociali ed è stata di difficile organizzazione in molti contesti. Non sto affrontando ora questo tema, sto dicendo che la didattica a distanza ci sta offrendo la possibilità di uscire dal nostro solito modo di lavorare.

Insegnare matematica e fisica in un liceo scientifico finora mi ha lasciato poco spazio di libertà; programmi comuni troppo carichi, che costringono a fare continuamente i conti con il tempo e l’efficienza. Per chi non è addetto ai lavori concretizzo con un esempio: per svolgere tutto il programma non posso dedicare molto tempo al laboratorio, perché il laboratorio richiede i suoi tempi.

Io penso sia meglio un programma con meno contenuti e più metodo. Però i programmi continuano a rimanere tali ed è davvero difficile scardinarli. Non concordo con Casertano quando dice che sono i libri di testo ad essere diventati il nostro programma. Magari in qualche ordine di scuola e per qualche insegnante è così. Ma se fosse solo questo, penso che molti insegnanti avrebbero già cambiato i programmi da tempo; per me per esempio i libri sono solo un supporto alla didattica e così vale per molti miei colleghi.

Penso che le cause siano più profonde e strutturali.

Non esistono più i programmi ministeriali ma, alle superiori, esiste un esame di stato che viene dal ministero e che finora ha richiesto una preparazione esageratamente vasta. Facile dire che siamo liberi di fare la programmazione che vogliamo se poi abbiamo paura di non affrontare abbastanza argomenti per preparare i ragazzi all’esame di maturità.

Oltre a questo, in quasi tutte le scuole viene richiesta una programmazione comune a tutti gli insegnanti di materia. Nella mia scuola siamo più di venti insegnanti di matematica e fisica e ci viene chiesto non solo lo stesso programma, ma anche di svolgerlo con gli stessi tempi, con verifiche comuni svolte in contemporanea. Per stare sull’esempio di prima, per stare dietro a questi ritmi, riuscire a fare esperienza diretta in laboratorio diventa una vera e propria corsa a ostacoli, fonte di notevole stress. Considerando poi che l’organico ogni anno cambia e ci sono colleghi nuovi, ripensare la programmazione richiede di prendere in mano il discorso ogni volta da capo.

Lavoro a scuola da circa quindici anni e negli anni mi sembra che la struttura gerarchica e di controllo si sia man mano rafforzata secondo una logica di “efficienza”. Scuole accorpate e riunite in istituti più grandi hanno richiesto una maggiore omologazione e una struttura di controllo più complessa e rigida. La precarietà e la mancanza di organici stabili ci vuole tutti intercambiabili, sostituibili velocemente. In queste condizioni è gioco-forza impostare una didattica standardizzata, uguale per tutti, calata dall’alto, tramandata, predigerita e velocemente somministrabile.

I presidi hanno acquisito più potere, nel bene e nel male, e questo si è tradotto in un impoverimento degli spazi di confronto come i collegi, che sono diventati quasi solo un flusso di istruzioni operative da mettere in atto, invece che un momento di confronto autentico. Poi fanno parte della struttura anche abitudini, schemi mentali che si ripetono, prassi che si tramandano. 

Mi sono addentrata un poco nelle specificità della mia esperienza per mettere in evidenza che i problemi sono strutturali e che per cambiare qualcosa serve un cambiamento radicale, alla base delle struttura stessa, delle nostre abitudini e dei nostri schemi di pensiero.

Abbiamo perciò bisogno di parlare di scuola, di come stanno i bambini, di impegnarci a cercare il confronto con realtà diverse e di esplorare anche con l’immaginazione come potrebbe essere un mondo diverso da quello che stiamo vivendo. Questo periodo si presta all’osservazione e alla riflessione, anche perché mette maggiormente in luce le fragilità della nostra società; i bisogni dei bambini sono stati trascurati nei provvedimenti riguardanti questa situazione di emergenza e forse non è un caso. Se guardiamo un po’ più in grande, possiamo accorgerci di quanto la nostra società sia poco predisposta a prestare attenzione ai veri bisogni dei bambini.

Casertano ci ricorda che i bambini sono persone a tutti gli effetti, che hanno idee, gusti, bisogni, sentimenti. Ci mette di fronte al fatto che il nostro sistema si limita spesso a decidere a priori cosa è buono per i loro, a prescindere da come sono e da come si sentono.

Ognuno di noi in questo periodo di restrizioni sta sperimentando quanto sia frustrante e faticoso sottostare a delle regole rigide imposte dall’alto, al controllo esasperato, alla paura della sanzione. Forme di controllo e regole sono necessarie in ogni sistema complesso ed è necessario un equilibrio tra questi e un certo grado di libertà. Penso che alcune esasperazioni del controllo possono esistere perché manca la fiducia che le persone si comportino in modo responsabile.

Ecco perché abbiamo bisogno di dedicare più attenzione e riflessione al tema dell’educazione in generale. Perché educare significa anche far maturare la consapevolezza che le regole sono necessarie e utili per far parte di una comunità.

E questa comprensione è un processo diverso da quello che impone le regole dall’alto e poi le mantiene con un sistema di premi e punizioni e dove non è mai previsto il metterle in discussione o confrontarsi sui principi stessi che le hanno generate.

L’intervista di Casertano tocca altri punti interessanti di cui non ho parlato, è un’analisi sintetica ma ampia che parte dalla nascita del sistema scolastico attuale e merita di essere ascoltata nella sua interezza. Oltre a fare un esame dei limiti del nostro sistema ci presenta nuove possibilità per chi ha voglia di immaginare un sistema educativo basato sulla fiducia e sulla crescita della consapevolezza. Alcune di queste possibilità sono già reali ed è possibile osservare cosa cambia per i bambini e per gli insegnanti vivere in una scuola diversa.

Ecco perché ascoltare l’intervista a Casertano; perché ci parla di cambiamenti possibili che ha toccato con mano. Perché le domande che Tarozzi gli rivolge ci sollecitano a trovare dentro di noi le nostre risposte e a confrontarle con le sue. Le sue risposte sono quelle di una persona che ha sperimentato, riflettuto, cercato a lungo. Non le migliori risposte in assoluto (che non esistono) ma le sue migliori risposte fino a questo momento. Noi possiamo essere d’accordo o meno e sarà interessante vedere quanto le nostre ricerche si intersecano, se ci sono punti in comune oppure no.

Quanto siamo curiosi di scoprirlo ci dirà quanto questo tema ci appassiona e quanto è importante per noi. A me questa intervista ha risvegliato una profonda gioia, una profonda fiducia nella nostra capacità di fare dei cambiamenti e mi ha fatto anche sentire meno sola nella mia ricerca.

Uno degli effetti della curiosità è che ci spinge ad avvicinarci agli altri e ci permette di scoprire insieme cosa è importante per noi e che tipo di realtà vogliamo costruire.

Bambini e scuola: il futuro dimenticato? – Matrix è dentro di noi #3, a cura di Daniel Tarozzi – videointervista a Danilo Casertano, 29 Aprile 2020.

È segnalato in ArKani segnali perché: perché ci parla di un cambiamento possibile e ci spinge a interrogarci sui nostri bisogni profondi.

È segnalato per: genitori, insegnanti, educatori, presidi e chiunque pensa che siamo esseri animati dalla curiosità, dal fascino dell’esplorazione e della scoperta.

Ho scelto questa mia foto perché: è un murales in una zona di milano dove andavo spesso a fare due passi. Più lo guardo, più mi piace e mi incuriosisce. Mi fa pensare alla famiglia, ai legami, alle nostre parti bambine, alla complessità. In parte mi inquieta in parte mi affascina perché non sono in grado di comprenderlo.


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